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Adoperando con grande disinvoltura vari media, da quelli più tradizionali a quelli legati alla riproducibilità tecnica e alla nuova producibilità digitale, sovente praticando una sapiente compenetrazione tra di essi, Pier Paolo Patti mette in opera un discorso ricco di sollecitazioni e piani di letture, procede costantemente ad aggredire i traumi dell’attualità e le sue sfaccettature, a cominciare da quelle connesse al rapporto tra realtà e rappresentazione.
Di fronte ad un mondo dalle coordinate sempre più labili ed incerte, ove ogni criticità sembra ultimamente presentare il suo conto, l’artista – come il critico baudlaireiano - prende posizione, non disdegna il suo parlare politicamente, ma lo fa cercando di aprire orizzonti di senso più ampi possibili, giacché la politica che tende al bene e all’uguaglianza non teme i conflitti e le differenze, le contraddizioni e i fallimenti.
Le opere di Patti possiedono dunque la dimensione di un viaggio nel tempo che ha però sempre dinnanzi l’urgenza del presente. Tutta una serie di riferimenti alle nostre radici, quelle giudaico-cristiane, ma, più tardi, anche quelle ancora più antiche e profonde che tengono insieme i popoli del Mediterraneo e del Medio Oriente - malgrado le conflittualità apparentemente insanabili che proprio in questi giorni avvertiamo con particolare nefandezza – giungono infatti a gettare luce sull’oggi e sulla sua (in)sensatezza.
Se, da una parte, lo scavo nella storia – che non è però storia morta e sepolta, bensì storia che, per quanto slittata, degenerata, capovolta, continua a vivere in mezzo a noi – illumina gli snodi dei filamenti diacronici ed sincronici delle tragedie odierne, dall’altra, lo sguardo nitido su come si è arrivati, nei secoli fin qui – attraverso errori e discontinuità inevitabili, in quanto consustanziali all’indole umana ed ai processi storici – dischiude un barlume di speranza nella prospettiva che certe ferite vengano un giorno se non sanate almeno lenite.
Emblematica in tal senso è la produzione recente dell’artista che, in evidente dissenso con chi ritiene le differenti culture, e specificamente le religioni, cause prime delle guerre, dimostra come sia proprio la non approfondita conoscenza della cultura altrui – e spesso della stessa cultura cui ci si richiama – l’ostacolo, giacché, nel momento in cui esse si vanno a sviscerare nella loro problematicità, è anche possibile, previa la volontà di pace, trovare in tradizioni, pur non sovrapponibili, tratti comuni – magari tali perché persistenze di molti secoli fa, prima che il medesimo albero si dipartisse in molteplici ramificazioni – sui quali fondare una rinnovata fratellanza.





