Tuesday 28 October 2014

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Attraverso l’Altro

Ricerca, esperienza ed indagine etnografica: la fotografia secondo Aniello Barone

, Aniello Barone et Susanna Crispino

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Ma una fotografia non è solo il frutto di un incontro tra un evento e un fotografo; è un evento in sé, e con diritti sempre più perentori - di interferire, di invadere o di ignorare quello che succede [3].

O, si può aggiungere osservando gli scatti di Aniello Barone, di attraversarlo.
Nato a Napoli nel 1965, laureato in sociologia, Barone si avvicina alla fotografia subito dopo gli studi universitari, facendone lo strumento principe di ricerca e di indagine etnografica.
La prima tappa di tale indagine è Sahrawi - La terra sospesa (2001), l’unico volume fotografico che l’autore realizza all’estero e dal quale emergono alcuni dei tratti caratteristici del suo lavoro: la predilezione per il bianco e nero e l’assenza di una connotazione personalistica del soggetto, che finisce per trascendere l’hic et nunc dello scatto a favore di una dimensione universale, in questo caso, legata alla condizione di profugo [4].

L’approccio all’immagine di Barone risulta quindi solo apparentemente utilitaristico, e si rivela invece cardine di una poetica che può prescindere dalle ingombranti presenze dei padri della fotografia documentaristica ed etnografica, come Lewis Hine e Jacob Riis, per strutturare il proprio percorso con riferimenti quali la Scuola di Dűsseldorf, ma anche quella di Francoforte, secondo un metodo multidisciplinare che informa tutto il suo processo creativo.
Una via indissolubile dalla ricerca sull’essere umano, su quell’Altro la cui definizione appare sempre più sfuggente nella mutazione dei sistemi sociali e la cui vita si svolge appena aldilà dell’obiettivo.

La prima indagine fotografica che lo riguarda è condensata nei volumi La Comunità accanto (2002) relativo alle comunità provenienti dall’Africa, dall’Asia, dal Sud America e dall’Europa continentale presenti in Campania e Detta Innominata (2006) che riprende nel titolo la strada del quartiere San Giovanni a Teduccio, alla periferia orientale di Napoli, dove l’autore è nato e vive.

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Detta Innominata - (Known as nameless), Napoli 2006

La mancanza di definizione insita in tale nome rivela la programmatica esclusione di cui sono oggetto le periferie delle metropoli contemporanee. A dispetto di tale preclusione, tuttavia, l’identità della comunità - o meglio delle comunità - che la abitano emerge con prepotenza dagli scatti di Barone.

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Detta Innominata - (Known as nameless), Napoli 2006

Le strutture architettoniche fatiscenti sono il contraltare degli sguardi e dei volti dei suoi abitanti, i particolari - un tatuaggio, giocare a nascondersi a due passi dalla ferrovia - emergono attraverso una gamma di grigi sapientemente modulata per offrire all’osservatore uno spaccato della comunità attraverso i suoi individui, i loro rituali ed il paesaggio urbano da cui sono circondati.

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Detta Innominata - (Known as nameless), Napoli 2006

Un’analisi durata quasi dieci anni: una delle caratteristiche della fotografia di Barone è la programmatica lentezza di costruzione del racconto fotografico.
Come ama ripetere, le sue indagini sono un processo di attraversamento dei luoghi e delle situazioni, la sua fotografia «è andare incontro alle cose per raccontarle». Ma ogni racconto - spesso condensato in un libro - è insieme punto di partenza e punto di arrivo, è il concludersi di un “pensiero” che, pur nel legame con i lavori successivi, mantiene la propria unicità e compiutezza. A partire dal mezzo tecnico, rigorosamente analogico: ogni progetto è eseguito con una macchina fotografica differente, con strumenti (come il banco ottico o la macchina panoramica) che impegnano l’artista in un’analisi sistematica, puntiforme, esclusiva.

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Detta Innominata - (Known as nameless), Napoli 2006

In ogni serie fotografica c’è la messa in discussione del pensiero che ha condotto all’analisi specifica, una messa in discussione che parte dal mezzo meccanico per giungere -scatto dopo scatto- ad un’elaborazione compiuta, che può trovare la sua conclusione in un volume o in una mostra.

Le indagini fotografiche di Barone durano spesso degli anni perché la loro genesi scaturisce da uno studio preliminare del contesto e della comunità presa in analisi, da un approccio con i suoi individui costruito mediante continui accostamenti, amicizie, reti sociali allargate, in breve dalla conoscenza delle persone che lo accolgono. Lo scatto chiude il processo solo nel momento in cui la sua presenza non viene più vista come estranea, ma appartenente al gruppo. Così Barone, negli stessi anni di Detta innominata si dedica all’indagine sulla popolazione migrante, che trae origine dalla sua formazione e dal suo background culturale ed accademico, e trova compiutezza ed approfondimento nella fotografia.

In aperta contestazione della visione quantitativa dell’immigrazione, che concentra l’attenzione sul numero di presenze nel paese, Barone definisce un approccio di tipo qualitativo, cioè relativo non a quante persone sono immigrate in Italia, ma a quali sono i loro nomi e cognomi, qual è la loro nazionalità, quali i loro usi e costumi, la quotidianità del loro focolare domestico.

I suoi studi in tal senso conducono a Igboland (2011), indagine sui riti animisti dello Yam Festival, un rituale religioso organizzato tra il 1995 e il 2007 [5] dai migranti dell’etnia nigeriana Igbo stabilitisi in Campania nella zona tra Napoli e Caserta.

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Igboland, Foligno 2011

Nelle immagini viene privilegiata la ripresa notturna, sia perché i riti prevedono uno svolgimento dopo il tramonto, sia per la natura stessa delle fotografie, in cui la contrapposizione tra i neri profondi ed i bianchi opalescenti sembra ricreare la zona d’ombra e di contrasto in cui questi rituali religiosi, che rinnovano un legame ancestrale con la memoria della madrepatria, si situano, sospesi come sono tra la dimensione antica e rurale delle origini e quella contemporanea e alienante dell’Occidente massificato in cui hanno preso vita (campi di calcio, capannoni vuoti) [6].

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Igboland, Foligno 2011

Lo spunto offerto dal Festival finisce per portare alla luce immagini che, più che rappresentare o documentare il rituale stesso, mostrano gli individui che lo officiano e lo attendono, la sublimazione delle loro emozioni, la dicotomia della loro esistenza a cavallo tra due mondi, la terra madre e la patria di adozione.
All’interno delle immagini si scorge la motivazione che porta Barone a rigettare la visione tradizionale della contrapposizione tra antropologia ed etnografia, lo strisciante pregiudizio orientalista che si nasconde dietro la parola “extracomunitario” che l’artista rimpiazza con il più ampio concetto di società complessa: «In ambito scientifico, lo studioso che parla di cultura extraeuropee di solito è l’etnografo, mentre l’antropologo studia le culture autoctone. In questo caso, mi pongo come colui che ha studiato delle culture extraeuropee all’interno di un territorio europeo. Per questo l’unico riferimento che mi sento di dare è all’etnografia delle società complesse».

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Igboland, Foligno 2011

La ritualità diviene canto e gesto, le donne (per le quali il rito prescrive il ruolo di spettatrici) emergono dal buio come un fregio architettonico ellenico, la concentrazione dei devoti dimostra tutta la solennità della cerimonia.

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Igboland, Foligno 2011

Igboland rappresenta un primo punto di arrivo dell’attività di Barone, nei “pensieri” successivi l’attenzione per la corporeità della figura umana si dirada fino a considerare solo le tracce della sua esistenza.
Con la serie ( ) Casa (2012) tale passaggio assume una connotazione di precarietà contemporanea: realizzato in un campo nomade da cui sono stati sgombrati gli abitanti, essa rappresenta un viaggio nella condizione dei rom che lo abitavano, attraverso la loro assenza.

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( ) Casa - (Home), Roma 2013

I concetti di abitazione, focolare domestico, rifugio trovano una definizione quasi poetica all’interno delle immagini, cui l’uso del colore, primo ed unico esperimento in tal senso dell’artista, conferisce una sensazione di familiarità.
Ma dato che il colore -sia esso costituito da una gamma di grigi o da tinte più o meno sature- assume nei suoi scatti una precisa valenza semiotica, la disamina del campo apparentemente deserto [7] è realizzata in toni desaturati tendenti al rosso: quel che resta della abitazioni viene dato alle fiamme mentre l’indagine è ancora in corso, il rosso diviene quindi simbolo della distruzione.

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( ) Casa - (Home), Roma 2013

Nelle immagini, le tracce della presenza umana sono evidenti: nell’arredamento delle abitazioni, nei teli che fungono da paravento, nelle cose lasciate in tutta fretta - dei vestiti, la tavola apparecchiata per due, una decorazione di stoffa – e costituiscono l’identità di un vissuto individuale e collettivo.

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( ) Casa - (Home), Roma 2013

Tuttavia, nella loro costruzione emergono prepotenti anche i riferimenti – o gli omaggi - alla storia dell’arte: le lame di luce ed i drappi di origine caravaggesca, i polemici rivestimenti spaziali che richiamano Hirschhorn, le suggestioni cromatiche che paiono omaggiare a Mark Rothko e il Colori Field in una visione che sublima la condizione delle vite al margine della società industrializzata in una sorta di rappresentazione simbolica e teatrale attraverso le cose che hanno posseduto e gli ambienti che li hanno ospitati.

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Paesaggio - (Landscape), 2013

Sulla stessa linea di una contemporaneità complessa si pongono i Paesaggi (2013), serie di immagini dall’apparenza tradizionale, con un impianto orizzontale ed una ripresa panoramica di cui l’occhio a fatica individua l’elemento perturbante: nell’orizzonte sereno del mare, le rovine di costruzioni e strutture abbandonate; nella geometria impeccabile del panorama, i cumuli di immondizia, le ecoballe, i rifiuti che hanno costituito “l’emergenza” in Campania tra il 1994 ed il 2009 [8].

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Paesaggio - (Landscape), 2013

Le tracce del vissuto individuate in questa serie riguardano ciò che l’individuo o la società rimuove, getta via, rifiuta appunto. Una pulsione e un’esigenza ineliminabile: per l’essere umano - soprattutto nelle società industrializzate - è impossibile non produrre rifiuti.

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Paesaggio - (Landscape), 2013

Ed ecco che nelle immagini deserte la presenza umana è tangibile e incombente: nella desolazione dei detriti abbandonati sulla riva del mare, nel paesaggio rurale, tra i muri di cinta che a fatica trattengono i sacchetti di immondizia, nella visione panoramica di un campo aperto contro il cui orizzonte si stagliano le ecoballe, emerge una critica feroce alla società dei consumi ed alla sua pulsione distruttiva.

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Paesaggio - (Landscape), 2013

Lasciando trapelare con chiarezza una delle linee guida della fotografia di Barone: la necessità di prendere una posizione politica indipendente dalla militanza settaria, slegata dalle organizzazioni partitiche, di movimento, di gruppo, libera dalle strumentalizzazioni di un attivismo miope che talvolta si tramuta in ottusità e malafede. Si tratta di una posizione politica nel senso più ampio del termine, riferita cioè al vivere comune e spesso dissonante nei confronti del pensiero dominante.

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Paesaggio - (Landscape), 2013

La presenza umana in assenza di figura si evidenza anche attraverso la dimensione storica, ovvero il retaggio da cui la cultura di Barone trae origine: la Magna Grecia e le sue tracce monumentali, che divengono spunto per la testimonianza di un passato estinto eppure presente e vivo nei discendenti di coloro che popolarono quei luoghi. É il caso di Liternum (2012), una serie di immagini selezionate che evidenzia - oltre ad un’apertura verso le radici della storia italica - un’altra faccia del suo lavoro.

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Liternum, Napoli 2012

Le immagini di Barone non vogliono limitarsi a raccontare il suo privato “attraversamento” dei luoghi o delle situazioni, ma mirano a condividerlo con gli spettatori. Spesso questa condivisione mostra aspetti che egli esperisce in privato, attraverso il volume in cui sono raccolte le fotografie, che diviene un “oggetto esperienziale”: oltre alle immagini, Barone ne definisce il peso, la consistenza, lo condivide con lo spettatore come un oggetto proprio, realizzato per sé.

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Liternum, Napoli 2012

Tale condivisione appare ancora più evidente nel caso dell’esposizione dei lavori e, in particolare, per Liternum. Lo spazio scelto per esporre le immagini viene allestito in modo che lo spettatore debba girare intorno alle fotografie e alzare la testa verso l’alto per poterle guardare: esattamente lo stesso movimento che l’autore ha dovuto compiere per osservare e fotografare i resti archeologici della cittadina campana [9].
Un’esperienza condivisa che non si limita alla fruizione delle immagini, ma mira a rendere lo spettatore partecipe delle condizioni in cui esse sono state realizzate.

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Archivio - (Archive), 2013

La storia - intesa non più come radice comune, ma come singole storie individuali - torna in Archivio (2013), serie composta dagli scatti realizzati nell’archivio della Real Casa dell’Annunziata.

La natura del luogo, che è stato il più grande brefotrofio d’Italia, lo rende pregno di memorie: fondata nel XIV secolo dai due nobili napoletani Nicolò e Jacopo Scondito con il sostegno della regina Sancia di Majorca, moglie di Roberto d’Angiò, la Real Casa dell’Annunziata era destinata ad ospitare i neonati che, per miseria o perché illegittimi, venivano abbandonati [10].

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Archivio - (Archive), 2013

Le loro “storie interrotte” sono rese particolarmente suggestive da due elementi: la “Ruota degli esposti”, ovvero un’apertura dotata di un meccanismo che consentiva di abbandonare il neonato senza essere visti, e l’abitudine di legare all’abbandonato la metà di un oggetto - una medaglietta sacra, una moneta - o di un’immagine sacra; l’altra metà veniva tenuta dai genitori in vista di un futuro ricongiungimento. Un’eventualità che si verificava con scarsa frequenza visti i tantissimi Esposito (derivato appunto da “esposto”) presenti a Napoli.

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Archivio - (Archive), 2013

Nelle immagini di Barone la frammentarietà di quelle origini pare ripetersi attraverso i particolari immortalati: i piombini (i sigilli che dal XVII secolo venivano apposti al collo dei bambini quando entravano nel brefotrofio), lo spago che lega i faldoni delle pratiche, la grafia svolazzante dei documenti, i frammenti del ricongiungimento mai avvenuto.

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Archivio - (Archive), 2013

La gamma di grigi mostra dei toni molto più chiari rispetto agli altri lavori, come a sublimare una dimensione storica ormai lontana od a tracciare con garbo le storie di quei bambini soli e dei loro genitori aldilà della ruota.
Nonostante la delicatezza del tema, l’artista si tiene al riparo da facili declinazioni patetiche: in equilibrio tra storia e attualità, le fotografie di Aniello Barone sono essenzialmente un lavoro di ricerca, scientifico nella sua realizzazione.
Il rispetto con cui viene trattato il soggetto è l’elemento fondante intorno a cui sono costruite le immagini che legittima la curiosità e la sensibilità dell’uomo dietro la macchina e il suo desiderio di attraversare il mondo con l’obiettivo.

Footnotes

[1S. Sontag, Sulla fotografia, Einaudi, Torino 2011, p.11

[2S. Sontag, Sulla fotografia, Einaudi, Torino 2011, p.11

[3S. Sontag, Sulla fotografia, Einaudi, Torino 2011, p.11

[4A seguito di contese legate alla decolonizzazione del paese, i Sahrawi hanno subito l’occupazione marocchina e molti profughi trovato rifugio nell’oasi di Tinduf in Algeria (cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/sahara-occidentale_%28Dizionario_di_Storia%29/)

[5Il Festival rappresentava un rituale per ringraziare i morti/antenati e gli dei ed aveva luogo nelle aree dove l’etnia Igbo, la terza di tutta la Nigeria, risultava essere più numerosa, ovvero la zona a cavallo tra le provincie di Napoli e Caserta. Cfr. A. Barone, Il rito tra archetipo e memoria, in Igbolabnd, Foligno 2001, pp. 62-76.

[6Nella parte meridionale della Nigeria, ovvero l’area dell’ex Biafra, terra d’origine dei riti analizzati, essi non sono più praticati e sono stati sostituiti da culti legati alle chiese cristiane (Ibidem, pp. 71-72).

[7Nel corso di sopralluoghi successivi, l’artista si accorge che gli oggetti vengono spostati o sono spariti, trova tracce di soggiorni recenti o incontri clandestini. Cfr. Paolo Barbaro, Aniello Barone, attraverso una terra, in Aniello Barone. Fotografie 1995-2013, Skira, Milano 2013, p. 17.

[8Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_dei_rifiuti_in_Campania e la legge n.123 del 14 luglio 2008.

Si ringrazia:
Antonella Opera per la superivisione alla traduzione in inglese dell’articolo