lunedì 24 marzo 2014

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Alla scoperta dell’Armonia

Spazio e Colore nelle opere di Elisa Vladilo

, Elisa Vladilo et Susanna Crispino

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La terza uscita di Las Italias è incentrata su Elisa Vladilo, prima artista donna protagonista della rubrica, animo gioioso e spirito nomade, che ha fatto del colore e della rivisitazione degli spazi urbani la sua cifra distintiva.

L’appartenenza ad un luogo può essere determinata da diversi elementi. C’è la Legge, che la sancisce attraverso i documenti, c’è la Cultura che individua quella delle comunità attraverso i loro valori e la loro creatività, c’è l’Affinità emotiva, che rende caro un luogo per i sentimenti che vi trovano sublimazione. Nessuno di questi aspetti, tuttavia, può rendere a pieno la molteplicità di mondi che ciascun individuo può portare in sé: i suoi documenti non potranno mai dire cosa gli appartiene del paese dove è nato, i suoi riferimenti culturali possono espandersi ben oltre la sua comunità di origine, l’affinità emotiva non può spiegare il legame che può provare in luoghi diversi. L’elaborazione di una tale complessità, che può essere attuata esclusivamente dal singolo individuo, può trovare nell’arte una sintesi. E, nell’arte di Elisa Vladilo, una via per l’ Armonia.

Giallo, Rosa, Azzurro, Verde. L’universo di Elisa Vladilo è un oceano di colori brillanti e gioiosi, che creano nuove prospettive negli spazi urbani e naturali.
Nata in Venezuela, ma cresciuta in Italia, Elisa è portatrice di una cultura nomade e di diverse anime: padre slavo e madre emiliana, è vissuta in Italia, a Londra, a Berlino e ha scelto una città alla “frontiera” - Trieste - come dimora stabile. Ma il confine -dice- è dietro casa.
Gli anni della formazione la conducono a sperimentare prima la pittura e quindi la scenografia, mentre grazie alla folgorante scoperta della Land Art, riesce a trovare nel mondo lo spazio in cui costruire le proprie “ambientazioni”, con un mezzo immediato e all’apparenza semplice: il colore. Anzi, i colori: primari, selezionati secondo una gamma ben precisa -rosa, arancio, giallo, verde e azzurro- in una tonalità pura e satura, usati come elementi costitutivi di una grammatica di base per modulare un linguaggio nuovo, che vuole esprimere gioia e positività e mettere in comunicazione l’individuo con la sua parte più intima e spirituale.

La sperimentazione in questa direzione parte da lontano: agli esordi in pittura fanno seguito i primi graffiti, che -negli anni ’80- conducono l’artista al superamento del limite imposto dalla tela e del colore come decorazione o sovrastruttura della forma, per trasformarlo in un’entità indipendente dalla forma stessa, che entra a far parte del luogo nel quale si trova ad operare, diventa parte della sua struttura.

Alla ricerca del Genius Loci. L’espansione del colore nello spazio pubblico
I progetti dell’artista trovano nel colore e nello spazio le proprie fondamenta: l’elemento cromatico è infatti il cardine di una ricerca che ha nel site specific la sua origine imprescindibile. Ogni luogo interessato dai suoi interventi ha delle caratteristiche fisiche determinanti per l’espansione delle tinte: marciapiedi, lampioni, anse e curve delle strade, rappresentano altrettanti punti fermi nella costruzione della forma che le tinte andranno a riempire, come argini di un fiume per l’acqua. Ma le particolari vibrazioni che conducono alla conseguente scelta delle cromie sono determinate solo ed esclusivamente dallo “spirito” del luogo, dalla sua anima.

Un genius loci costantemente ricercato, a dispetto della particolare tipologia di spazi prescelti: quelli che Marc Auge’ definisce come nonluoghi [1], ovvero spazi privi di una identità specifica, luoghi di passaggio e di transito distratto, che si trasformano in “luoghi reali” grazie all’azione artistica e sociale di modifica. Come in uno dei primi progetti di “strade colorate”, realizzata nell’ambito di Front of Art a Nervesa della Battaglia (a cura di Katia Baraldi e Laure Keyrouz).

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Prendo il paesaggio e lo porto con me, 250 mq, pittura lavabile/washable paint Sandtex, Nervesa della Battaglia (Treviso) 2011 - ¢ Photo Piero Budinich

Nel corso di una domenica, via Carrer, una strada panoramica che unisce il centro abitato di Nervesa con i vigneti -assurti a simbolo del lavoro umano sul paesaggio- è diventata teatro di Prendo il paesaggio e lo porto con me (2011), un’azione corale di modifica del luogo che ha visto le fasce colorate percorrere tutto il cammino attraverso rulli intrisi di colore “guidati” dai visitatori.

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Prendo il paesaggio e lo porto con me, 250 mq, pittura lavabile/washable paint Sandtex, Nervesa della Battaglia (Treviso) 2011

Un’azione collettiva, quasi un happening, che ritorna in interventi come Nel blu dipinto di blu (Trieste 2013) realizzato in occasione di un week-end sperimentale di pedonalizzazione della strada, e Melting street (Pola - Croazia, 2013) che, durante la giornata celebrativa della città, ha coinvolto gli abitanti del luogo e chiunque volesse partecipare.

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Nel blu dipinto di blu, 600 mq, pittura all’acqua/water paint Sandtex, Largo Sonnino, Trieste 2013

L’adesione del pubblico assume una particolare rilevanza per la poetica dell’artista, tesa a cercare i valori positivi ed a promuovere una dimensione gioiosa dell’esistenza, ma anche a proporre uno sguardo nuovo su luoghi consueti.

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Nel blu dipinto di blu, 600 mq, pittura all’acqua/water paint Sandtex, Largo Sonnino, Trieste 2013

L’azione artistica diviene partecipazione, spinge gli spettatori a recuperare la condizione di spensieratezza infantile, ma anche a riappropriarsi fisicamente dei luoghi, a risvegliare il senso di appartenenza collettiva dello spazio pubblico, che generalmente viene invece vissuto passivamente.

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Melting street, 600 mq, colori lavabili/washable paint Sandtex, Pola (Croazia) 2013

In Melting Street emerge con chiarezza anche un altro dei punti fermi della poetica dell’artista, il desiderio di portare l’arte “fuori”. Ovvero fuori dalle gallerie, dai musei, da tutti quegli spazi avvertiti come deputati all’arte stessa, per raggiungere quei luoghi dove tutti – indipendentemente dall’età, dalla condizione sociale e culturale, dalle differenze individuali - transitano.
Una necessità, più che una scelta, legata -da un lato- all’ambito ristretto del cosiddetto sistema dell’arte e -dall’altro- al desiderio di condividere il potere, la bellezza ed il valore dell’arte, portandola nella vita quotidiana attraverso luoghi pubblici spesso abbandonati o dalla condizione sfuggente.

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Melting street, 600 mq, colori lavabili/washable paint Sandtex, Pola (Croazia) 2013

Melting Street incarna a pieno la questione: nato su invito dell’associazione MMC Luka, vede l’espansione del colore dall’entrata dello spazio espositivo dell’associazione fino alla conquista di tutta la strada in cui sorge, metafora perfetta della compenetrazione dell’arte nel reale.

L’azione artistica come integrazione sociale
La riappropriazione dei luoghi -o dei nonluoghi- trova nell’integrazione sociale una sua forte motivazione, evidente nel progetto Rimad’ Origine, in cui trentuno donne, provenienti da diversi paesi e residenti a Trieste, trascrivono, sulle fasce colorate tracciate dalla Vladilo sul pavimento della Stazione Centrale Ferroviaria cittadina, una poesia scritta nella loro lingua madre e la versione tradotta in italiano.

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Rimad’origine, 110 mq, PVC e pennarelli/markers, Stazione Centrale Ferroviaria, Trieste 2013

L’installazione trova un’ambientazione significativa nella stazione in quanto luogo di transito, vissuto con distacco, ma anche di partenze e di ritorni, carico quindi di esperienze di separazione e di incontro, e che acquisisce, attraverso il colore, un aspetto accogliente e, attraverso la parola, diviene punto di incontro di culture e di provenienze diverse.

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Rimad’origine, 110 mq, PVC e pennarelli/markers, Stazione Centrale Ferroviaria, Trieste 2013

Nel singolo luogo confluiscono molteplici luoghi, in un’aspirazione alla fratellanza mediata da quella che l’artista definisce come la parte “spirituale” della sua poetica: «Il colore puro apre nella percezione umana la sfera emotiva, che è un canale diretto nell’intimità, privo di sovrastrutture che spesso costituiscono un ostacolo alla disponibilità, ad una apertura verso l’esterno. In questa condizione “a nudo”, spoglia di zavorre, si ritrova un approccio più sostanziale con se stessi e col mondo circostante».

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Rimad’origine, 110 mq, PVC e pennarelli/markers, Stazione Centrale Ferroviaria, Trieste 2013

Un’interiorità che, considerata in relazione alla collettività, può essere intesa anche come coscienza della storia dei luoghi e -di riflesso- delle comunità che li abitano. Nasce così Melting Tower (Villach, Austria 2002), progetto che celebra i centocinquant’anni dell’Alpenverein di Villach attraverso un intervento sulla torre medievale che caratterizza la cittadina. Tale torre, unica superstite dei numerosi bastioni che circondavano il borgo, ha perso in età moderna la pregnanza architettonica e la forte presenza visiva che possedeva in passato.

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The melting tower, 160 mq, feltro/felt,Villach (Austria) 2012
© Sillani Djerrahian Mario

L’intervento artistico parte dall’idea di riportarla in primo piano attraverso delle fasce di feltro colorate -in giallo, rosa, e arancio, ovvero colori totalmente assenti nell’architettura urbana circostante- e di renderla di nuovo non solo un punto di riferimento visivo, ma anche luogo di accoglienza, attraverso il prolungamento delle fasce sull’area circostante e l’uso di un materiale accogliente e amichevole, che ben si presta ad ospitare i visitatori, a rendere la loro esperienza del luogo assolutamente inconsueta.
L’effetto finale è una torre che si “scioglie” nella città, che riconquista lo spazio, si offre ai suoi cittadini e, metaforicamente, invita alla condivisione, all’abbattimento delle barriere.
La fratellanza ritorna invece in Stitching the border, un’installazione di “confine” tra Austria, Italia e Slovenia. Un confine che, di fatto, non esiste più, grazie all’apertura delle frontiere e alla moneta unica, ma che resta giuridicamente a delimitare territori diversi, appartenenti a ciascuno dei tre paesi, e fissa una separazione tra luoghi, lingue, culture, usi e costumi. Tale separazione tuttavia, non è priva di sfumature, perché in ogni area di confine inevitabilmente sussiste una commistione tra le diversità, un contatto che stimola la conoscenza e il mescolamento degli usi, delle lingue, delle nazionalità.

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Stitching the border, 150x150 cm ognuno/each one, nastri e picchetti/tape and stakes, Monte Sabotino (Gorizia / Nova Gorica - Italia/Slovenia) 2010

In questo senso, l’installazione di Elisa Vladilo si configura come una sorta di “cucitura” sulle linee di confine dei rispettivi paesi, quasi a simboleggiare una ricucitura dei territori, una riunificazione più effettiva e profonda, nel rispetto delle identità, riportando cosi la terra all’unità originaria, frazionata dagli uomini nel corso del tempo. Una cucitura ironica, ludica, allegra, sdrammatizzante quasi propiziatoria per una felice coesistenza.
Come Running Fence di Christo e Jeanne-Claude corre lungo una porzione di paesaggio, ma in modo diverso: non vi appone qualcosa, ma celebra una sorta di rito, un richiamo alla fratellanza, che sottolinea quello che esiste già: l’unità dei luoghi (di cui i confini sono una costruzione mentale, immateriale e inconsistente).

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Stitching the border, 150x150 cm ognuno/each one, nastri e picchetti/tape and stakes, Monte Sabotino (Gorizia / Nova Gorica - Italia/Slovenia) 2010

E in una sorta di rovescio del Lighting Field di Walter De Maria, in cui la natura è piegata all’arte attraverso i parafulmini, l’arte restituisce alla natura il suo primato, ricucendo attraverso le strisce di nastro colorato i due lembi di territori giuridicamente estranei, ma naturalmente contigui.
La sovrastruttura inventata dal diritto -il confine- viene annullata dall’essenzialità del dato naturale: le rocce, i crinali, i fiumi, le montagne, non conoscono separazione, proprietà, Stato.

Colore e musica, un padre nobile per la convivialità urbana
Il legame con Kandinsky [2] (insieme a Rothko e Nicola De Maria nume tutelare della produzione artistica di Elisa Vladilo) sembra riecheggiare nelle sue installazioni “sonore”. Come Summertime (Trieste, 2010), in cui alcune rotoballe di fieno, colorate con le consuete tonalità brillanti, sono dislocate in un’area pedonale triestina. La musica di George Gershwin, il brano che dà il titolo all’installazione stessa, viene emessa dalla rotoballe in trenta diverse interpretazioni.

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Summertime, 170x120 cm ognuno/each one, pittura lavabile su rotoballe di fieno/washable paint on hay rolls, suono/sound: Summertime, G.Gershwin, (Ingegnere del suono/Sound Engineer: Giulio Budini) Celjski Mladinski Center, Celje (Slovenija) 2011

L’angolo d’estate, creato da elementi tipici delle aree agricole, anima lo spazio urbano attraverso il colore e la musica, il cui volume contenuto -tale da permettere l’ascolto solo in vicinanza delle rotoballe- cerca un rapporto intimo con il pubblico.

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Summertime, 170x120 cm ognuno/each one, pittura lavabile su rotoballe di fieno/washable paint on hay rolls, Summertime, G.Gershwin, (Ingegnere del suono/ Sound Engineer: Giulio Budini), Via Genova - Via Dante, Trieste 2010

La musica, che secondo Kandinsky è contenuta nelle combinazioni di colore e forma [3], diventa nell’opera di Elisa Vladilo, un suono reale che sostiene il gioioso spiazzamento e la meraviglia generati dall’installazione e dalla nuova e differente percezione dei luoghi urbani.

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Summertime, 170x120 cm ognuno/each one, pittura lavabile su rotoballe di fieno/washable paint on hay rolls, suono/sound: Summertime, G.Gershwin, (Ingegnere del suono/Sound Engineer: Giulio Budini) Celjski Mladinski Center, Celje (Slovenija) 2011

Uno spiazzamento che ritorna in The sound of color, installazione di strisce pedonali in feltro colorato di un arancio luminoso, che nascondono una sorta di sorpresa: da una di esse si leva, quando viene calpestata, un brano di Meredith Monk. In entrambi i casi lo spaesamento che consegue al contatto con l’opera ha un carattere giocoso, ironico, teso a riportate lo spettatore ad una dimensione quasi infantile di scoperta del mondo, di meraviglia e di gioia.

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Emozioni da condividere, tra pubblico e privato
Una dimensione quasi intima a dispetto della natura pubblica degli interventi emerge in alcuni progetti attuati a Trieste, come le colonne colorate dei Giardini S. Michele.

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Giocando col colore, 200x50 cm, Acrilico su PVC/acrilyc paint on PVC, Giardini San Michele, Trieste 2000

Realizzato in forma di laboratorio con i bambini e le madri dell’associazione Andandes che ha in gestione i giardini stessi, prima con PVC colorato e poi dipingendo direttamente la superficie delle colonne, è un lavoro che viene restaurato periodicamente attraverso i laboratori costituiti da volontari.

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Giocando col colore, 200x50 cm, Acrilico su PVC/acrilyc paint on PVC, Giardini San Michele, Trieste 2000

E l’intervento My favourite place (Trieste 2007), installazione costituita da gommapiuma e feltro colorati che anima il Molo Audace e, pur rappresentando un intervento pubblico per eccellenza, in quanto fruibile sempre ed aperto a chiunque, acquista una dimensione strettamente personale, a partire dal titolo, che lo identifica come luogo di raccoglimento e piacere personale, che in questo caso l’artista sceglie di condividere non solo come luogo fisico, ma anche empaticamente, come spazio immateriale di emozioni.

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My favourite place, 600 mq, gommapiuma e feltro/ foam and felt, Molo Audace, Trieste 2007

L’azzurro scelto per ricavare una breve area brillante all’interno del grigio del molo stesso spinge alla riflessione, in quanto tinta che appartiene al mare, eppure, nell’assoluta luminosità e brillantezza, se ne distacca; il feltro, il pannolenci, la gommapiuma con cui sono fasciati gli elementi architettonici del molo (le bitte, il lampione) accentuano il senso di accoglienza.

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My favourite place, 600 mq, gommapiuma e feltro/ foam and felt, Molo Audace, Trieste 2007

D’altra parte l’uso del colore è per Elisa Vladilo condivisione, sempre. Anche quando diviene fascio luminoso, come in Belfagor, intervento nell’atrio del Museo Revoltella (Trieste 2011) che, mettendo in relazione la luce colorata con lo spazio museale evoca in modo ironico e giocoso un Fantasma del Revoltella (vivace rivisitazione dell’omonimo e celebre Fantasma del Louvre).

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Belfagor, 60 mq, luci colorate/coloured lights, Museo Revoltella, Trieste 2011
¢ photo Max Gardone

O quando il colore si trasforma in leggere cortine, come nel progetto in Aus der farbe Heraus (Klagenfurth - Austria 2011), installazione costituita da fili di silene acetato sospesi sul Landcanal della cittadina.
Il titolo viene da un concetto espresso da Goethe a proposito del potere etico ed estetico del colore, in cui il lavoro di Elisa Vladilo si ritrova pienamente.
I fili -tutti in colori caldi, che “dialogano” con il verde e l’azzurro del paesaggio- sono sospesi al di sopra dell’acqua, il colore si trasforma in una sorta di velo, che stabilisce una connessione tra l’acqua e gli alberi, ma senza essere invasivo, rimanendo aereo e quasi traslucido. Il suo movimento si riflette – come tutto il paesaggio intorno- nello specchio del canale, generando un sottile gioco di trasparenze e innestandosi nell’atmosfera conviviale dell’ambiente circostante.

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Aus der farbe Heraus, 500x360 cm ognuno/each one, fili di silene acetate/acetate silene lines, LendKanal, Klagenfurt (Austria) 2011

Vivere lo spazio in maniera inconsueta, riappropriarsi del luogo pubblico e recuperarne le radici, abbattere i confini e le barriere per recuperare l’essenzialità della condizione umana, tutto questo è l’arte di Elisa Vladilo. Un abito su misura per luoghi che vediamo benissimo ma fatichiamo a percepire, la sorpresa spiazzante nel paesaggio urbano, la musica inattesa in un frammento di estate, tutto racchiuso nel colore e nello spazio che esso vivifica. Una ricerca dell’armonia attraverso l’armonia dei colori, che l’artista conduce con mente aperta e profonda spiritualità: «Mi piace pensare alla legge naturale che regola l’universo e cercare di porgerle il mio orecchio, pazientemente, attentamente, riducendo al massimo la sovrastruttura che nasconde il valore intrinseco di ogni cosa».

Note

[1«Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale né storico, definirà un nonluogo. […] la surmodernità è produttrice di nonluoghi antropologici e che, contrariamente alla modernità baudeleriana, non integra in sé i luoghi antichi: questi, repertoriati, classificati e promossi «luoghi della memoria», vi occupano un posto circoscritto e specifico». M. Auge’, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera ed., Milano 2005, p. 73).

[2«In generale il colore è un mezzo per influenzare direttamente l’anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima. È chiaro che l’armonia dei colori è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima». Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, a cura di E. Pontiggia, Bompiani, Milano 1999 p. 46

[3«Questa inevitabile relazione tra colore e forma ci fa notare gli effetti della forma sul colore. La forma, anche se è completamente astratta e assomiglia a una figura geometrica, ha un suono interiore: è un essere spirituale che ha le qualità di quella figura». W. Kandinsky, op. cit., p. 48

Vedi on line : Il sito web di Elisa Vladilo

Traduzione a cura di Antonella Opera