domenica 19 gennaio 2014

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Vito Pace

, Barbara Improta et Vito Pace

My philosophy is to extend boundaries, remove barriers that inhibit the creative process and explore new ways of thinking.

In my specialist area of the visual arts, I use multi media. This enables me to approach a topic from several perspectives.
I am always investigating projects that show the relationshion of design elements.
It is important to understand that diversity and unstableness dont have to be feared, they should be embraced. I work in collaborations with artists, who are experts in video, photography, sculpture and installations. We are exploring ideas about perception, relationships and our daily interactions are influencing my work in an essential progression. I am interested in taking everyday items such as making a coffee and make them larger-than-life through abstraction and manipulation of time and space. I am most interested in projects that educate, enhance the environment and stimulate our culture.

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Betrachtungsapparat studio pforzheim

Intervista a Vito Pace con la curatrice Barbara Improta

Svenska Landskap - 2009

Barbara Improta - In una mia precedente ricognizione dell’arte lucana avevo evidenziato il carattere metalinguistico delle opere prodotte, la continua verifica dei linguaggi artistici, l’analisi sui media e sulla loro capacità di comunicare senso. E’ un aspetto che ritrovo nelle tue opere, l’analisi dei diversi media che utilizzi, un’analisi basata sul confronto dialettico tra di essi. Penso a Svenka Landskap (2009), una riflessione sul paesaggio e la sua rappresentazione ma anche sui meccanismi della visione e della fruizione. Una stessa porzione del reale viene fotografata, dipinta e poi esposta in uno spazio aperto verso l’esterno che sembra un quadro a sua volta. Parlami di quest’opera e del rapporto tra fotografia e pittura nelle tue opere.

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Vito Pace - In Svenska Landskap ( 2009 ) ho affrontato il tema della percezione, sia visiva che concettuale dell´opera d´arte.
Il riferimento iniziale era il paesaggio rappresentato nella sua iconografia tradizionale: la fotografia e il dipinto tratto da essa.

Presentando le fotografia e il quadro in uno spazio vuoto, in un luogo non deputato all’arte cui non era possibile accedere, e imponendo la fruizione attraverso un elemento di separazione, ovvero un vetro, ho potuto creare lo spazio come idea.
In altre parole, c’è uno spazio esterno, in cui lo spettatore contempla, uno spazio interno, dove viene presentata l’immagine, ed infine uno spazio soggettivo, ovvero la mente dello spettatore, che trasmette le sue idee e sentimenti all’esterno.
Ciò determina una sorta di irritazione, di divario, quasi un senso di anti-contemplazione che, soprattutto per l´incertezza dovuta dalla distanza fra l´oggetto e il fruitore, chiama in causa lo spazio vuoto.
Dunque la pittura, la fotografia e anche il titolo stesso “Svenska landskap” (ovvero il “Paesaggio Svedese” che però non è stato fotografato in Svezia) diventano mezzi che annullano il loro significato per sollevare una riflessione sull’estetica, la riproduzione e la costruzione della realtà e dell’arte. [1]

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Svenska Landskap

BI - Per ‘attitudine fotografica’ degli artisti lucani intendo una attitudine ad analizzare il reale con la mediazione di un mezzo tecnologico. Tu radicalizzi questa tendenza perché gli strumenti della visione te li costruisci da solo. Sono pinhole cameras, camere ottiche, rudimentali macchine fotografiche con cui selezioni, duplichi, inventi porzioni di realtà. A cosa servono questi misteriosi aggeggi? Cos’è per te la ‘visione’?

VP - Ti rispondo prendendo ad esempio un apparecchio che ho costruito: la fotocamera stenoscopica.
In tale strumento è la luce che ricostruisce l´immagine attraverso un piccolissimo foro (l´obbiettivo ) e la probabilità che restituisca una immagine finale perfetta o la prospettiva giusta è piuttosto incerta.

La riproduzione dell’immagine tramite lo strumento a foro stenopeico realizza quindi due spazi: il luogo fotografato e il luogo dove si incamera la luce. Quindi l’opera d’arte non si identifica attraverso una tecnica o un medium, ma letteralmente in un luogo, in uno spazio.
In questo caso il lavoro perde qualsiasi senso ironico, l’opera diventa incerta, improbabile, subordinata al risultato fotografico.

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Betrachtungsapparat studio pforzheim

“Betrachtungsapparat Berlin” 2010

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Betrachtungsapparat studio Berlin

 
 

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P.s (Post scriptum) - 2007

BI - Parliamo del rapporto tra la tua ricerca artistica e le tue origini lucane. Tempo fa mi dicevi di una dimensione intima, privata e di una componente umanistica che si innesta sulla rigorosa cultura tedesca. Nell’opera ‘PS’ mi pare che tu affronti questo tema: la corrente pittorica neorealista, l’interrogarsi su una tradizione per comprendere le proprie origini, il tema del ritratto e dell’autoritratto. Anche in questo lavoro la fotografia ha un ruolo centrale ed enigmatico: una cornice vuota che poi diventa un occhio fotografico sul paesaggio e sull’infinito. Occhio mentale che ‘ordina’ il reale o porta sull’immaginario, cosa rappresenta la fotografia nella tua ricerca? E cosa rappresenta la tua terra?

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PS (Post scriptum)

VP - Il rapporto con le mie origini è un confronto costante con artisti e letterati del ’900, i “defunti dell’arte”, di cui cerco di ricostruire una memoria descrittiva e commemorarla con il mio fare artistico.
Senza alcun dubbio tale atteggiamento risente di una sorta di “decadenza romantica” e cerco di soddisfarlo in senso patetico e biografico, sfociando forse nel nichilismo.
In questo caso la fotografia diventa sia testimonianza di una realtà oggettiva che risposta alla prosecuzione del fare artistico

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Nel lavoro P.S. (Post scriptum) ho fatto una ricerca sull’autoritratto e sulla mia identificazione nel luogo di nascita, dove il privato entra in correlazione con una altra personalità artistica scomparsa negli anni ’50 (Vincenzo Claps).
Il parallelo viene fatto riscoprendo i suoi lavori artistici e la fotografia mi serve per documentare il luogo della sua nascita, i suoi rapporti interpersonali, i luoghi dove sono collezioniate le sue opere, persino quello dove è stato sepolto. Fino ad uscire da tutto questo per incontrare la mia personalità fotografando il paesaggio attraverso la cornice che viene posta alle fotografie sulle lapidi funerarie.

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BI - Nel mio lavoro affronto il tema della creazione di stereotipi visivi che riguardano la nostra terra, troppo spesso rappresentata secondo una idea preconcetta che trova nel documento fotografico un attestato di veridicità. Tu hai realizzato invece delle fotografie che decostruiscono degli stereotipi, ‘Italianate’, in che modo?

VP - In “Italianate” (2005) ho fotografato me stesso e alcuni amici, ma il messaggio più che decostruttivo vuole essere politico.
L´uso del tatuaggio o il marchiare il corpo con frasi in lingua albanese definisce un’appartenenza sociale “altra”, quindi mi riporta alla ricerca sulle differenti “identitá”.

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“italianate” 2005

 

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BI - Tra i tuoi lavori propriamente fotografici ce ne sono alcuni in cui usi il tuo corpo come strumento espressivo e narrativo ed altri in cui scorgo legami con gli studi sulla percezione condotti all’interno dei movimenti di avanguardia come il Bauhaus – mi riferisco in particolare ai tuoi lavori del 2000 –. Parlami di questa doppia anima, una più mentale l’altra più viscerale.

VP - La citazione estetica alla corrente del Bauhaus attiene senza dubbio alla composizione del lavoro, mentre ciò che marca di più la scelta di una corrente artistica è il movimento Dada, da cui sono scaturiti diversi messaggi di visione assurda e paradossale, quella che tu chiami “anima viscerale”. Tale dualità, come giustamente hai osservato, si ritrova soprattutto nei lavori del 2000, ma non manca di tornare anche in quelli successivi.

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Die Sozialdemokratie der Landschaft

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BI - Un’ultima domanda sul futuro prossimo, a cosa stai lavorando? Attendiamo le tue narrazioni paradossali...

VP - In questo periodo sto lavorando sul tema della socialdemocrazia e dell’ “ordine” nell´arte, in particolare sulla sua funzione critica e sull´impegno teorico e concettuale nell’arte e nel fare artistico. È un lavoro iniziato nel novembre del 2011 con la presentazione al simposio STREET AS A MUSEUM – MUSEUM AS A STREET in Russia nella Citta di Ulyanovsk. [2], [3]

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Barbara Improta . Vito Pace, Febbraio 2013 [4]

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Note

[2Sempre in Russia, in occasione della VIII Biennale di Shiryaevo dal tema SCREEN: BETWEEN EUROPE AND ASIA, ho presentato il progetto “La socialdemocrazia del paesaggio” che si svilupperà in maggio 2014 in Germania.
Vedi pure:
http://www.vitopace.net/die_sozialdemokratie_der_landschaft.html

[3tratto da: Nuove generazioni tra (s)radicamento e cosmopolitismo sperimentale? In Barbara Improta, Fotografi in Lucania. Verso la decostruzione di un mito, tesi di specializzazione in Beni Storico Artistici dell’Università di Bologna, a.a. 2012 - 2013

Vedi on line : www.vitopace.net

Nato ad Avigliano nel 1966, studia alla´Accademia di belle arti di Firenze.
Nel 1994 si trasferisce a Milano e successivamente si trasferisce in Germania dove attualmente vive e lavora come artista

Nel suo lavoro, concentra la sua ricerca sullo spazio e l´identità.
Usando multi-media, come video, scultura, e performance, gli permette di affrontare argomenti da diverse prospettive, rimuovendo ostacoli che possono impedire il processo creativo e di esplorare nuovi modi di pensare.

Nel 2013 é invitato alla “VIII Shiryaevo Biennale of Contemporary Art” Shiryaevo - Samara, Russia

Attualmente è visiting professor di Scultura nella Università di Pforzheim, Germania.