giovedì 30 giugno 2016

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Rendez-vous en Europe

1ère partie

, Carla Rossetti , Ciro Vitale et Pier Paolo Patti

Tutte le versioni di questo articolo: [English] [italiano]

The aesthetic and scientific problem of ’vision’, understood as the possibility of thinking images, arises in the nineteenth century.

Scrive Benjamin nel 1931: “La natura che parla alla macchina fotografica è [...] una natura differente da quella che parla all’occhio; diversa specialmente per questo, che al posto di uno spazio elaborato consa- pevolmente dall’uomo, c’è uno spazio elaborato inconsciamente” [1]; a dire che mentre prima dell’invenzione della fotografia l’immagine della realtà era necessariamente un artefatto plasmato dall’osservazione e dalla manualità umane, dal 1839 essa diventa invece il prodotto della raffinatezza tecnica di una macchina.

Col passare del tempo, le cose sembrano essersi ulteriormente complicate: lo slittamento semantico subito dalla parola video – termine che nel mondo latino indicava una capacità sovrana di ogni essere vivente e ora designa invece le potenzialità tecnologiche di un oggetto meccanico – ci ricorda come mezzi elettronici quali il cinema, la fotografia, la televisione siano capaci di offrire possibilità di esplorazione del mondo totalmente inedite e, attraverso la manipolazione elettronica, addirittura quella di intervenire su di esso.

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Geografie dell oplenza
Ciro Vitale

E tuttavia, il risultato di questa progressiva emancipazione delle modalità di ripresa del mondo, lungi dal consentire un’erosione delle distanze esistenti tra realtà e sua rappresentazione, conferma con più insisten- za la non naturalità della visione: le immagini, infatti, continuano ad essere rappresentazione, in cui il reale è messo in posa per offrire uno spettacolo di sé molto spesso annichilito da esigenze e logiche politiche, cultu- rali, economiche. “La realtà è resa più intellegibile, ma soltanto come rappresentazione” [2].

I pericoli che si annidano tra le pieghe di questa apparente reciprocità tra il reale e il suo ritratto è oggetto di indagine in uno degli ultimi lavori dell’artista italiano Pier Paolo Patti, presentato per la prima volta in occa- sione della mostra presso ‘La Villa des artes’. Nei 200 frame su carta fotografica che compongono Wor(l)dless, il video sopravvive solo come simulacro: il nastro narrativo che si snoda dinnanzi agli occhi dello spettatore, infatti, è il risultato di tagli e furti da campagne di documentazione che riguardano geografie in conflitto, la cui conoscenza è sempre offerta dietro il filtro della parzialità necessaria alla legittimazione degli equilibri mondiali.

Smontando e rimontando il racconto per immagini, Patti smaschera i gangli e gli ingranaggi della ‘macchina del consenso’ e offre un nuovo punto di vista da cui osservare l’orizzonte degli eventi storici, invitando a una maggiore decantazione del giudizio. Giudizio che si fa intimo, privato, deflagrando in una più ampia riflessio- ne sul dolore nei suoi Quaderni in cui, come in un diario, si raccolgono fotografie, disegni, appunti, percorsi da una lunga linea rossa ininterrotta, simile a un elettrocardiogramma piatto o al Unmei no akai ito, a ricorda- re quanto dolore unisca il destino di popoli divisi dalla violenza della guerra.

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Se nel lavoro di Pier Paolo Patti il video si misura con le ragioni della comunicazione, ne L’ île des Morts di Ciro Vitale il confronto è invece con la pittura, le sue modalità di rappresentazione ed esplorazione del reale. Già nel titolo, il riferimento è a quel noto dipinto realizzato in prima versione da Arnold Böcklin nel 1880 circa, dove il tema del trapasso diventa viatico per un interrogativo più grande, che riflette sulla caducità della vita e induce a confrontarsi con la paura più grande: quella della morte. Il sentiero che conduce a tale confronto è costellato da simboli, mediante i quali si declina compiutamente quella possibilità per la pittura di ‘rappre- sentare’, dunque sovrapporre, saldare insieme significante e significato.

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L’île des Morts
Ciro Vitale

L’annullamento di qualsivoglia distanza semantica tra i due poli del linguaggio viene declinata da Vitale alte- rando la consuetudinaria diacronicità dello strumento video, funzionale a restituire la verità del dramma, tutto contemporaneo, dell’immigrazione: lo spettatore comincia un viaggio visivo da una prospettiva simile a quel- la che si avrebbe se ci si trovasse su una barca in mezzo al mare; l’isola in lontananza appare come pro- messa di futuro. Progressivamente, tuttavia, quella possibilità di approdo e rifugio sicuri si assottiglia, fino a farsi spettro e poi allucinazione, scomparendo del tutto: ogni speranza naufraga e si inabissa, insieme ai corpi dei tanti che Vitale commemora nella scultura raffigurante un teschio.

L’ultimo tassello di questa riflessione a quattro mani sono le Geografie dell’opulenza, che sembrano fuoriu- scire dalle pagine dei Quaderni di Patti, suggellando un continuo gioco di corrispondenze e rimandi che an- che la scelta allestitiva sembra raccontare.

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Note

[1Cfr: W. Benjamin 1931, pp. 62 – 63. 4 Cfr: S. Fadda 2005, p. 6.

[2Cfr: S. Fadda 2005, p. 6.

Exposition du 10 au 15 mai 2016
La villa des arts
15 rue Hégésippe Moreau – 75018 Paris
Pier Paolo Patti
Arte.go
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