mercoledì 30 luglio 2014

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L’origine è la meta

Le radici, la storia, l’impegno per il presente: l’arte di Vincenzo Rusciano.

, Susanna Crispino et Vincenzo Rusciano

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Una delle qualità di Vincenzo Rusciano è l’affabulazione. I suoi lavori raccontano delle storie, frammenti biografici, come quello del ragazzo di periferia un po’ timido che entra in contatto col Gotha dell’arte quasi per caso, o vicende collettive, come la lotta per portare alla luce le tracce di un passato mai del tutto riscoperto.

Nato a Napoli nel 1973, Rusciano è uno scultore dall’innata sensibilità, che negli anni ha elaborato, partendo dal proprio vissuto, un percorso in equilibrio tra le icone dell’infanzia e la disillusione dell’età adulta, tra le cromie brillanti e l’opacità del bitume. Gli anni della formazione sono stati un periodo di esplorazione, non solo introspettiva ma anche e soprattutto geografica, a spasso per i vicoli della grande città, in cerca della bellezza. Quel periodo e la vita in un un quartiere, Ponticelli, che solo da adulto ha percepito come “realtà difficile”, lo influenzano in maniera predominante.

Giovanissimo, Rusciano si mantiene agli studi collaborando con i laboratori artigiani di San Gregorio Armeno, la zona della città dove si producono presepi e pastori. Lo stimolo offerto dall’attività artigianale si combina con l’attenzione che da sempre rivolge ai luoghi che lo circondano, così i modelli, ovvero le “anime” metalliche dei pastori su cui viene avvolta l’imbottitura di stoppa o di cotone, diventano altrettante personificazioni degli abitanti di Ponticelli, quartiere densamente popolato, in cui emigrazione e trasferimenti sono realtà quotidiana.

Ognuno dei modelli viene numerato, la sua figura diviene presenza virtuale di chi è partito, personificazione di chi è appena arrivato, come in una sorta di mappa dello sviluppo demografico e abitativo. Uno sguardo sociale che si riunisce in sé, in nuce, la direzione di sviluppo dell’arte di Rusciano.
Così come l’amore per il frammento, l’incompiuto -il “modello” è un pastore solo in embrione, ma esteticamente è monco, mancando della testa, delle mani e dei piedi che gli conferiscono l’identità- maturato principalmente nelle lunghe esplorazioni del centro storico di Napoli, dove non è raro imbattersi in chiese, edicole sacre, frammenti archeologici e artistici inglobati negli edifici e lungo le strade, un gigantesco palinsesto a cielo aperto, che insegna a valutare e ad emozionarsi nel ritrovamento del singolo elemento, ad apprezzare il non finito, l’imperfetto, il mutilato.
Infine l’interesse verso il proprio luogo di origine, punto di partenza e metafora della dimensione sociale, del bagaglio e del “segno” che esso imprime su chi vi nasce.
Untitled (Angri – Salerno 2001) dà forma di installazione a tale “gioco” intellettualistico, costruendo una ironica tassonomia del reale, una classificazione che, come un’istantanea, restituisce l’immagine della dinamica urbana con tutte le sue contraddizioni, attraverso la tradizione dei pastori settecenteschi.

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Untitled, 2001, installazione ambientale/installation

Negli anni dell’Accademia Rusciano lavora come assistente in una galleria internazionale molto giovane e sperimentale Th.e. – Theoretical events, (aperta tra il 1994 e il 1998), in cui espongono William Eggleston, Richard Prince, Jack Pierson, Nan Goldin, John Baldessari, Laurie Simmons e Damien Hirst. Il contatto e in alcuni casi l’amicizia con tali artisti gli consentono di conoscere il mondo dell’arte contemporanea da una posizione privilegiata e di maturare un proprio percorso di ricerca con una sempre maggiore consapevolezza. E, per converso, di ancorarsi saldamente alle proprie radici.

L’ “imprinting” della periferia urbana ritorna infatti lavori come Le case del popolo (2004), installazione in cui elementi scultorei in forma di casa, frutto di una geometria essenziale, vengono impreziositi da laccature brillanti e dai singolari piedistalli su cui vengono poste, come il cuscino riccamente ricamato sullo sfondo della Reggia di Capodimonte.

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Case del Popolo, 2004, legno laccato/lacquered wood, cm. 105X80x105x110

Le case del popolo sono assimilabili alle abitazioni di edilizia popolare costruite dopo il sisma del 1980 per dare alloggio a coloro che avevano perduto la propria casa. Nate dal desiderio di accoglienza, sono divenute presto -nell’immaginario collettivo- sinonimo di illegalità e di una marginalità sociale che non necessariamente trova riscontro in coloro che vi vivono, i quali -per il solo fatto di abitarvi- ne sono in qualche modo “marchiati”.

Le sculture di Rusciano intendono offrire riscatto da un simile pregiudizio: la loro brillantezza le trasforma in oggetti preziosi -come preziosa è la casa ricevuta da chi ha perso tutto-, il loro volume impenetrabile sembra suggerire come dall’esterno non si possa comprendere ciò che accade all’interno.

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Casa del Popolo (Single, Black), 2005, cotone, lana, dimensioni variabili/cotton, wool, variable sizes

Accanto all’analisi sociale, suo interesse primario, Rusciano celebra la libertà sconfinata, generata dalla fantasia e nutrita dal mondo del cinema, con Untitled (Motorbike) (Napoli/Città della Pieve, 2006), scultura ispirata ai modellini di una nota casa di modellismo italiana, la Bburago, ed ai film proiettati nel cinema di quartiere, le cui locandine compongono la decorazione della scatola.
Un anelito di libertà che resta indissolubilmente legato al fantastico, al sogno, alla sua dimensione di oggetto-giocattolo, interpretato in chiave ludica.

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Untitled (Motorbike), 2006, legno, cartone, plexiglass, metallo, stoffa, pneumatici/wood, cardboard, plexiglass, metal, cloth, tyre, cm.127x190x83

Tuttavia, il gioco in Rusciano che non è mai innocente. La sua carica ambigua si fa evidente nella figura del clown, elemento ricorrente nella sua produzione matura.
Irriverente, dispettoso, in alcuni casi sconfitto ma mai vittima, il pagliaccio rappresentato da Rusciano non è mai innocuo; smaltato con la vernice poliuretanica (la stessa utilizzata per le automobili), si insinua nelle pieghe del quotidiano con un riflesso metallico, traslucido. La sua vitalità si accompagna al simbolo della morte, in una vanitas che la sbeffeggia, che non incita alla riflessione ma alla vita sfrenata, alla profondità del sentire, del toccare, del vivere.

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Red Clown (Deadline), 2008, resina e vernice/resin and paint, cm.104 h

Un esempio di quel perturbante che, all’inizio del Novecento dà il titolo a un celebre saggio di Sigmund Freud1 e che indica l’ambiguità del quotidiano, il risvolto inquietante di ciò che ci è familiare, e per questo risulta ancora più spaventoso.

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Untitled (Black Clown, seated), 2008, terracotta, resina, vernice/terracotta, resin, paint cm. 30x18x24

Così Untitled (Black Clown, seated) pagliaccio sbeffeggiante e priapesco seduto su un teschio, girato provocatoriamente nella direzione opposta allo sguardo delle sue orbite vuote risulta un simbolo del sesso, della vitalità, della dimensione panica dell’esistere, eppure allo stesso tempo diventa inquietante e ambiguo nella sua postura teatrale, nello sberleffo maligno che indirizza all’inevitabile destino.

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Untitled (Yellow Clown), 2007, terracotta, legno, vernice/terracotta, wood, paint

Tale scultura si pone come elemento fondamentale di Quattro artisti e un editore (Napoli 2012), mostra organizzata in occasione dei quaranta anni di attività dell’editore partenopeo Tullio Pironti. Figura peculiare, questi sembra quasi un simbolo delle contraddizioni della città di Napoli: discendente dei Pironti che furono editori già in epoca borbonica, Tullio si dedica da sempre all’editoria, ma è noto anche per essere un pugile ed un tombeur de femme.
Nel volume autobiografico Il Paradiso al primo piano racconta della sua storia d’amore con una prostituta al tempo delle “case chiuse2”.

Per i suoi quarant’anni di attività invita alcuni artisti ad esporre nella sede della casa editrice. Rusciano è tra loro e, oltre al clown, realizza alcune installazioni che raccontano ciascuna un aspetto dell’editore, come un puzzle che rende visibile l’immagine solo quando tutti i pezzi sono riuniti.

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Il paradiso al primo piano (Paradise at the first floor), 2012, installazione/Installation

La casa di appuntamenti della gioventù di Pironti da “chiusa” diventa “aperta”: Rusciano elimina la segretezza, l’inviolabilità. Rivestita da un nero lucido, in qualche modo respingente e funebre per il mercimonio del corpo femminile che vi si faceva all’interno, la casa viene scoperchiata: il tetto non può più nascondere, la vista ridà dignità ad una storia d’amore d’altri tempi, nata all’ombra di valori decaduti.

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Ring, 2014, resina e grafite/resin and graphite

Il Ring, che l’artista assume non solo come legame col pugile-editore, ma anche come metafora della continua lotta per la vita. Una lotta che impegna tutti gli esseri viventi, ma che assume connotati diversi in una città come Napoli – il "paradiso abitato da diavoli" della lezione crociana- e diviene anche simbolo di un quotidiano difficile, di una strenua battaglia con gli aspetti peculiari della città: indisciplinata, caotica, capace di innati slanci di solidarietà, ma anche infinitamente crudele, dispotica e senza regole.

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Untitled (Merry go Round #3), 2007, legno, pelle, terracotta, vetro, swarovski, acrilico, vernice/wood, leather, terracotta, glass, swarovski, acrylic, paint, cm. 90x85

La sua carica vitale, sfacciata e bacchica, sembra ispirare per contrasto Untitled (Merry go Round #3)(2007).
Simbolo ludico infranto da un taglio netto, la giostra ha solo l’apparenza di un giocattolo. L’andamento perpetuo del suo movimento, apparentemente immutabile, rappresenta quasi il peccato originale di una vita il cui svolgimento sembra prestabilito, a partire dal momento -e dal luogo- in cui si nasce.

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untitled #F1, 2008, MDF, plexiglass, plastica e vernice/plexiglass, plastic, paint, cm. 100x160x80

Un condizionamento che impedisce la affermazione dell’individuo, ne mortifica il talento e le possibilità di realizzarsi. Il pesante bagaglio, che ciascuno porta con sé dalla nascita, blocca al suolo Untitled #F1 (2008) la riproduzione della Ferrari presentata per la mostra Sistema Binario (Napoli – Belgrado, 2008). La monoposto, simbolo di velocità e di libertà, è condannata all’immobilità anche dal lucchetto dell’antifurto che ne blocca il volante. La potenza nascosta nell’auto resta inespressa.

Incastrata in un ruolo, in una routine che impedisce qualunque deviazione, l’umanità di Rusciano ricorda i prigionieri della caverna di Platone. Ed ecco che per liberarli occorre interrompere la giostra, la sua frenesia di movimento, aprire il lucchetto, prendere coscienza di quel bagaglio innato e involontario per spezzare le catene di una costrizione invisibile e quindi tanto più pericolosa.

Insieme al desiderio di riscatto per il singolo, costretto nella gabbia sociale che gli è stata imposta, il tempo entra prepotentemente nei lavori di Rusciano come storia e radice culturale.
I suoi Senza titolo (Vasi), ispirati al restauro della chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli3 durato diversi anni, sono dei reperti di un’archeologia impossibile.

Sulla loro superficie compaiono elementi della memoria personale dell’artista e di quella collettiva: da un lato clown, bambole d’epoca, antiche navi romane, utensili e attrezzi per il restauro di materiali lapide, dipinti ad acrilico, dall’altro una veduta dell’interno della chiesa come appariva prima del restauro, con le ferite del sisma del 1980 e la monumentale pala marmorea di Girolamo Santacroce (1512-1517).
Un racconto individuale e storico, legato all’universo espressivo dell’artista ed alle vicende della chiesa, al cantiere di restauro, alla lunga gestazione che l’ha restituita alla città. E al contempo la celebrazione del ritrovamento dei reperti che le erano stati rubati, come alcuni pezzi dell’altare di Santacroce, raro esempio di altare rinascimentale, ancorché rimaneggiato nel ’700.

Un salvataggio che sembrava impossibile, come quello prefigurato da Zattera (Napoli, 2014): a bordo, i frammenti archeologici, luogo della storia e della memoria, ed il bagaglio dell’artista, i suoi “strumenti del mestiere” ovvero l’identità dell’arte, del restauro, della scultura. L’inusuale arancione, colore del soccorso, ricopre ogni singolo pezzo della zattera, come se l’emergenza si espandesse a tutti gli aspetti della cultura e dell’esistenza, evidenziando l’urgenza di un cambiamento, della ricerca di un nuovo percorso.

La salvezza è cercata, ma allo stesso tempo negata da Escape, (Pontecagnano Faiano – Salerno, 2011), nera di pece, solitaria, attrezzata per un viaggio impossibile: il peso e il bitume impediscono di fatto al mezzo di fortuna di salpare verso un’ipotetica via di fuga...che l’artista, tuttavia, non vuole raggiungere.

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Escape, 2011, legno, plastica, corda, tela, bitume/wood, plastic, rope, canvas, bitumen, cm. 90x130x252

La vita e la morte, strettamente interconnesse a Napoli più che altrove4, la dimensione grottesca e talvolta drammatica del suo quotidiano, persino l’alienazione delle sue periferie non lo sconfortano. Perché Rusciano è nato su quel ring che tante volte ritorna nella sua produzione. La memoria, la storia, l’arte che ha respirato e conosciuto sono il suo talismano. Nessuna zattera, nessun rifugio può essere cercato lontano: l’unica salvezza è nella lotta che ciascuno deve compiere per migliorare i luoghi cui appartiene, perché scegliere di vivere ogni giorno in una città dove non è facile farlo, tra gli affetti, le esperienze, la storia e la memoria, soprattutto per chi fa arte, significa affrontare il quotidiano con la consapevolezza di tutte le difficoltà, ma anche con la presunzione e la convinzione di poterlo migliorare.

Vedi on line : Il sito ufficiale di Vincenzo Rusciano

1 Già definito dallo psichiatra tedesco Ernst Jensch come una incertezza intellettuale generata da una situazione o da un oggetto che ha connotati familiari e allo stesso tempo estranei, il Perturbante diventa oggetto del saggio omonimo (Das Unheimliche) pubblicato da Freud nel 1919. Entrambi gli psichiatri prendono ad esempio i racconti di E. T. A. Hoffman, in particolare L’uomo della sabbia.
2 Ovvero le case di tolleranza, la cui esistenza è stata legale in Italia fino al 1958.
3 La chiesa, risalente al IX secolo d.C., sorge sul punto più elevato della Napoli greco-romana, dove si trovavano gli edifici e i templi dell’acropoli. Alcuni resti della cinta muraria, risalenti al III secolo a.C. sono stati portati alla luce nei suoi pressi. In seguito ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, la chiesa è stata abbandonata ed è stata vittima di furti ed atti vandalici. Un restauro cominciato nel 2000 si è concluso nel 2014 con la ricostruzione dell’altare maggiore, opera di Girolamo Santacroce (1517-1520), secondo l’assetto ricevuto nel Settecento. Cfr. http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_1600205601.html e http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_1343474488.html
4 Come dimostrano la singolare religiosità e il culto dei morti diffuso in città, le numerose chiese ipogee dedicate alle anime del purgatorio e persino con un ossario, il Cimitero delle fontanelle, in cui la devozione popolare “adottava” i teschi abbandonati.

Si ringrazia:
Antonella Opera per la supervisione alla traduzione in inglese dell’articolo