domenica 19 gennaio 2014

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Collettiva e Intellettuale

L’Arte secondo Angelo Ricciardi

, Angelo Ricciardi et Susanna Crispino

Parole e immagini, unite in un sottile gioco intellettuale. Sovvertimenti semantici e ambiguità della visione. L’universo espressivo di Angelo Ricciardi è complesso e multiforme, giocato lungo due direttrici: la pluralità del fare arte e il coinvolgimento intellettuale del fruirla.

Nato a Napoli, nella cui provincia vive e lavora, Angelo Ricciardi è un artista atipico nel panorama italiano: autodidatta, cosmopolita e legato alle proprie radici, è allo stesso tempo fautore di un’ampia comunità di artisti sparsi per il mondo e volutamente lontano dai riflettori di quella parte del sistema dell’arte che privilegia l’effimero e gli eventi blockbuster.

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Senza titolo, collage e pastello a cera su cartoncino, 35x50cm, 1983-84

La sua produzione artistica parte da disegni, collage e opere di pittura informale-materica che rispondono ad un’innata urgenza espressiva. Proprio una mostra di disegni, nel 1999, apre la strada ad un’intensa attività espositiva, che porta in luce una ricerca artistica saldamente ancorata all’analisi del linguaggio ed alla dialettica tra segno e immagine. La parola è una presenza costante nei suoi lavori: dai molteplici libri d’artista ai giochi semantici per i titoli di opere e installazioni, dai collage ai video.
Il linguaggio che elabora trova nelle sue vicende biografiche una forte quanto inevitabile impronta: a cominciare dalla militanza politica, che si è evoluta nell’impegno civile che ben traspare nelle sue opere; così come nel desiderio di uscire dall’angusto ambito dell’arte contemporanea, intesa come sistema di produzione e pubblico di addetti ai lavori, per raggiungere uno spettatore che ne sia completamente al di fuori, per attrarlo, incuriosirlo, invitarlo a riflettere ed a partecipare.
Il personale bisogno di espressione trova nella coralità dei progetti quasi un rovescio della medaglia. Ricciardi non incarna l’idea romantica dell’artista concentrato sulla propria interiorità, dedito alla produzione di opere che in qualche modo ne raccontino il pensiero. Egli è piuttosto alla ricerca di un “Noi” nell’arte, di una elaborazione collettiva perseguita con una sintassi creativa e mezzi espressivi che devono molto a Fluxus.

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Senza titolo,acrilico su cartoncino, 70x50 cm, 1983-84

Tutto ciò emerge chiaramente sin dai primi progetti, come PATENTED: il pane non si butta=Don’t Throw Out The Bread, realizzato nel 2000 insieme alla statunitense Coco Gordon sotto lo pseudonimo comune di Còngelo.

Nato nell’ambito di Oreste3, significativa sperimentazione di una comunità artistica legata ad una residenza d’artista itinerante nelle regioni del Sud Italia e quell’anno stabilitasi a Montescaglioso (Matera), Patented intendeva porre l’accento sul rischio legato alla diffusione globale dei cibi transgenici protetti da brevetto, conosciuti come OGM (Organismi Geneticamente Modificati), attraverso un racconto poetico sul pane.

Il progetto coinvolgeva artisti, coltivatori e produttori di alimenti biologici per illustrare i sistemi di produzione e distribuzione di cibo biologico, mettere in evidenza la minaccia posta dai cibi transgenici e proporre un monopolio di mercato temporaneo del brevetto. In tal modo l’arte acquisiva, oltre al consueto ruolo di mezzo di espressione, anche quello di metodo in grado di suggerire soluzioni a problemi sociali e di priorità di risorse.

Elemento centrale di Patented fu una cena, organizzata nell’ambito della sezione di Oreste 3 dedicata alla meditazione sul cibo denominata Quindici Cene, durante la quale venne servito unicamente cibo biologico coltivato in loco dai fornitori e dagli agricoltori coinvolti nel progetto.
Gli artisti invitati – Alison Knowles, Ernesto Pinto, Rita degli Esposti, Sheila Sporer, Jasa Ban, Fiormario Cilvini, Antonella Catelli e Ruggero Maggi – riuniti nel gruppo TIKYSK (Things I Know You Should Know = cose che io so che dovresti sapere) non erano presenti alla cena, ma avevano inviato via mail per l’occasione istruzioni in forma di ricetta per azioni connesse al tema. Tali “ricette” furono poste sui tavoli in modo che durante la serata gli ospiti avessero la possibilità di scegliere l’ordine temporale delle azioni da svolgere e di parteciparvi.

In un ambito maggiormente legato all’arte tout court, il lungo filo rosso di una comunità artistica sparsa per il mondo si ritrova in Happy Birthday, Mr Johns!, una singolare e globale celebrazione del settantacinquesimo compleanno di Jasper Johns (15 maggio 2005) ispirata alla sua celebre Three Flags, col significativo rovesciamento tra le stelle e le strisce della bandiera statunitense.
La performance prevedeva di una torta di compleanno a tre piani che riproduceva la Three Flags modificata nella galleria 404 di Napoli come parte di una celebrazione contemporanea a Torino, Milano, Gleisdorf, Perugia, Stuttgart, Livorno, L’Aquila, Pforzheim, New York, Madison, Firenze, San Francisco, Roma, Glasgow portata avanti e documentata da Maria Mesch Durchblick, Martin Krusche, Nello Teodori, Steffen Müller, I Santini Del Prete, Franco Fiorillo ed Enrico Sconci (per il MUSPAC, Museo Sperimentale per l’Arte Contemporanea), Mary Jo Walters, Vito Pace, Alessandra Borsetti Venier, Coco Gordon, Eva Forsman, Alexandros Kyriakides e Annmarie Crampton a vario titolo coinvolti nella singolare famiglia artistica di Ricciardi.

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Happy Birthday, Mr. Johns!

Le immagini del compleanno di Mr. Johns realizzate dagli artisti, nate quasi come cartoline d’artista per celebrare le icone del contemporaneo, ne evidenziano lo status di pietre miliari dell’immaginario occidentale, ma senza accettarle supinamente, quasi suggerendo che -attraverso un rituale collettivo, seppur geograficamente differenziato- le istanze culturali di cui sono portatrici possano e debbano essere rielaborate e reinterpretate per divenire elementi culturali vitali, da accogliere o rifiutare, ma di cui essere sempre e comunque coscienti. Per non esserne schiacciati o fagocitati.

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Happy Birthday, Mr Johns!

Costante in Ricciardi è anche la riflessione sul ruolo dello spettatore e sulla funzione dell’arte, il cui esempio più calzante è Art Line do not cross(2004). Anche questa volta un progetto collettivo, sviluppato intorno ad una striscia adesiva dichiaratamente analoga a quelle che viene utilizzata negli Stati Uniti per delimitare la scena del crimine (Police line do not cross).

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La striscia in qualche modo segna il confine tra arte e mondo reale, quel confine che fin dal filosofo e sociologo tedesco George Simmel (nel saggio Der Bildrahmen. Ein ästhetischer Versuch -La cornice del quadro. Un saggio estetico- del 1902) veniva individuato come necessaria linea di demarcazione tra arte e vita, che l’Avanguardia, nei panni di Picasso e Braque, aveva infranto attraverso il collage, ma che in qualche modo è stato ristabilito dal “sistema” dell’arte contemporanea, che distingue tra artisti e pubblico, addetti ai lavori e spettatori passivi, un confine artificioso e arbitrario come quello della scena del crimine e che Ricciardi sembra quasi augurarsi temporaneo o valicabile.

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Art Line do not cross
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Art Line do not cross

Anche in questo caso, l’elaborazione e interpretazione collettiva sono il fulcro dell’opera. Inviata ad artisti in diversi paesi, la striscia è diventata lo spunto per una riflessione collettiva si confini tra arte e spettatore, tra produzione e fruizione, dai risultati sorprendenti, ironici e talvolta paradossali.

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Art Line do not cross
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ArtLine do not cross

Tuttavia, Ricciardi non si dedica unicamente a progetti collettivi. Le opere realizzate per le sue esposizioni personali o collettive rivelano una mente analitica e riflessiva, che trova un dialogo con lo spettatore utilizzando spesso mezzi extra-artistici, come nel caso di Desktops: installazione realizzata per la mostra Due installazioni alla galleria Martano di Torino (2006).

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Desktops

Il lavoro vuole rievocare l’ambiente di un ufficio, ma il risultato è volutamente straniante: a cominciare dal titolo, in cui la parola inglese "desktops" rimanda sia alla scrivania che alla schermata principale del computer. La mancanza delle sedie che trasforma i piani di lavoro in superfici respingenti, fruibili solo con lo sguardo, e l’impiego di elementi di uso comune (un giornale, un computer, una tazza di caffè) insieme alla ripetizione ossessiva dell’immagine del continente africano (definita la “gigantesca icona del rimosso” da Francesca Comisso nel catalogo della mostra) costruiscono quasi un set cinematografico, da un lato parlando alla cattiva coscienza dell’Occidente, dall’altro suggerendo che il racconto che ciascuno spettatore è chiamato a comporre, proprio perché ogni oggetto gli è familiare, contiene un sottotesto che ciascuno può recepire in modo diverso.

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Desktops, particolare

Ma anche con mezzi più tradizionalmente artistici la riflessione e l’impegno civile restano fulcro del lavoro. In Pilato’s game (2009), per esempio – che è una scultura in ceramica, quindi un oggetto tradizionalmente avvertito come artistico- Ricciardi si adopera per smentire la natura dell’oggetto e del materiale.
Innanzitutto nella dimensione e nella natura stessa della scultura, che richiama il gioco dei quindici (ovvero il quadrato composto da sedici caselle in cui bisogna mettere in ordine i numeri dall’1 al 15) ma in cui manca la casella libera che consente il movimento dei singoli tasselli. Come Pilato, la difficoltà di cambiare ciò che ci circonda spinge spesso a lavarsene la mani, a cercare una via più semplice per l’accettazione o -detto in altre parole- la rassegnazione allo status quo.

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Pilato’s game

Non mancano tuttavia sottili punte di ironia e opere dallo spirito giocoso, come A Trompeur Trompeur Et Demi (2011), una fotografia di Marcel Duchamp su cui l’artista ha tracciato dei sottili baffi, vendicando la Gioconda.

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A Trompeur Trompeur Et Demi

La centralità del linguaggio si propone in diversi lavori: da The New Little Red Book (2002), un libro d’artista composto con parole mutuate dalla tastiera del computer, a Per bocca di (2010), in cui le fotografie di personaggi cardine dell’arte e della cultura come Andy Warhol, Pier Paolo Pasolini, Leo Longanesi, Marcel Duchamp, sono legate a motti e frasi che hanno pronunciato (con la significativa eccezione di John Cage, la cui bocca è “tappata” da un pezzo di partitura), e nell’opera -libro d’artista e video- (le) Parole del Novecento (2007), nata come parte del progetto L’origine è la meta (le cui ricerche sono oggi riunite nell’omonimo volume a cura di Vincenzo Cuomo), che costruisce un alfabeto con i termini che hanno maggiormente caratterizzato il XX secolo, procedendo da "Aphasia" a "Zeppelin", evocando momenti legati alla cultura (come "Dada", "Nausee", "Ou-topia"), memorie dell’orrore ("Gestapo", "B52"), le questioni irrisolte ("Viet-cong", "Yugoslavia"), i cambiamenti che hanno investito la vita quotidiana ("Pc", "K-way", "Wurstel").

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The New Little Red Book

Come uno scienziato o un alchimista, Ricciardi cerca attraverso l’arte qualcosa che è occulto, ma che sarà in grado di riconoscere appena l’avrà trovato. Le opere che disseminano questo cammino sono le tappe di un percorso intellettuale e civile verso una meta ignota, nascono nella sua mente, non solo come idee, ma come elaborazioni complete e finite: realizzarli è solo l’ultima parte del processo creativo e la prima di una nuova partenza per la ricerca.

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Per bocca di
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Per bocca di, particolare (John Cage)
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(le) Parole del Novecento

L’artista avverte se stesso nella collettività, la militanza politica e le disillusioni della dissoluzione di ideali e di una pratica quotidiana volta alla ricerca del bene e del miglioramento per tutti, per gli Altri, si traducono in un’arte plurale e significativa, mai didattica né volutamente pedagogica, piuttosto propositiva, portatrice di un messaggio che si incarna talvolta in installazioni o sculture, talvolta in happening e performance, rifuggendo da percorsi obbligati e cliché.

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(le) Parole del Novecento

E tuttavia in un continuum, costituito da progetti coerenti e sempre in progress. Il 2013 si conclude con la gestazione di un nuovo libro d’artista, costruito dalla consueta comunità su un quaderno con l’intestazione “Artiste à l’artiste” che riproduce un immaginario libro di Henry Matisse.

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Artiste à l’artiste

Ricciardi vi ha tracciato un proprio intervento ed ha chiesto ad altri artisti di fare lo stesso, ovvero di indirizzare un messaggio “da artista ad artista”. Il Libro, che al momento è ancora in viaggio, una volta terminato sarà acquisito dal Mart di Rovereto nell’archivio del ’900.

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Quel che resta (particolare)

L’ultimo tassello della ricerca, almeno per il momento, è Quel che resta, collage su tela che richiama l’idea di un affresco logorato dal tempo. Immagini del quotidiano, promesse del futuro, una (inevitabile?) globalizzazione culturale costruiscono un racconto frammentario, nostalgico e allo stesso tempo immanente, che galleggia nel grigio di occasioni mancate e di speranze del futuro.

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Quel che resta (particolare)

Ricciardi non ha mai lasciato l’Italia per vivere all’estero, ma in qualche modo lo fa per ogni mostra, per ogni opera. Perché la comunità cui appartiene non è geograficamente delimitata, ma -ed oggi attraverso il web con maggiore facilità che nel passato- idealmente riunita intorno all’arte, indissolubilmente legata ad un’idea di autonomia e transnazionalità, e lo spettatore cui parla, proprio attraverso l’Arte, è libero e ineluttabilmente cittadino del mondo.

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Vedi on line : Il sito ufficiale di Angelo Ricciardi

Si ringrazia:
Antonella Opera per la supervisione alla traduzione in inglese del testo